il Kaffeehaus

Localizzazione: Firenze
Proprietà: Demanio dello Stato

Tipo di intervento: Restauro architettonico e degli apparati decorativi

 

Importo lavori: 360.266,00 €
Inizio lavori: 2004
Termine lavori: 2005
Progettazione: Giorgio Pappagallo
Direzione dei lavori: Giorgio Pappagallo
Direzione operativa: Eugenio Chellini
Imprese esecutrici: Decoart (decorazioni);
                                 Ditta Scheggi (opere edili);
                                 Ditta Ritar (impianti speciali e di sicurezza);
                                 Rangoni s.r.l.(opere di falegnameria);
                                 Berchielli Gino s.r.l. (impianti termo- idraulici);
                                 Fanfani Bandinelli s.r.l. (impianti elettrici).


INQUADRAMENTO STORICO

Il Kaffeehaus, situato in prossimità del cancello verso il Forte Belvedere, è una singolare costruzione che rientra tra le opere volute dal granduca Pietro Leopoldo di Lorena tra il 1774 e il 1785, per restituire al Giardino di Boboli, allora in parziale stato di abbandono, la dignità e il ruolo ricoperto in passato: insieme a nuove coltivazioni di fiori e piante e a nuovi terrazzamenti spartiti a parterres, sono infatti questi gli anni che vedono la realizzazione di nuove strutture architettoniche quali la Palazzina della Meridiana, del Gabinetto di Fisica, lo stanzone degli Agrumi e, appunto, il «nuovo casino sotto la Fortezza».
Il «casino di delizia», in particolare, venne edificato su progetto di Zanobi Del Rosso a partire dal 1774: nei primi mesi del 1775 la nuova costruzione era ultimata e pronta per essere utilizzata come luogo di sosta per la corte durante le passeggiate e per quel rito della degustazione del cioccolato che iniziava a diffondersi tra la società aristocratica europea. Il giardino prospiciente aveva invece la funzione, oltre che ridisegnare la collina, di cambiare destinazione d’uso a questa parte di Boboli, troppo vicina ad altre proprietà e spesso visitata da estranei.
L’edificio si presenta come un piccolo padiglione di forma circolare sormontato da una cupola a cipolla, suddiviso su tre distinti livelli con terrazze: al piano terreno la cucina e altri ambienti di servizio, la «Grande Stanza» al primo piano e a conclusione il belvedere sormontato da una cupola in rame con una banderuola segna vento, il cui orientamento era possibile leggere anche dall’interno dell’edificio, grazie alla rosa dei venti inserita sulla volta. Distribuiti attorno alla Sala Grande e nel vano triangolare della scala interna si articolano alcuni piccoli salottini dove appartarsi, detti, appunto, «di ritirata». Dalle note di pagamento fatte alle maestranze impiegate nella costruzione del casino, sappiamo inoltre che i prospetti si presentavano dipinti in bianco perlato e verde di Verona
Tra il 1775 e il 1776 venne intrapresa la decorazione degli interni da Giuseppe del Moro (capo impresa), Giuliano Traballesi e Pasquale Micheli: la stanza centrale, caratterizzata da una grande vivacità nel colorito e nella resa pittorica, raffigura l’interno di una graziosa voliera dalla quale è visibile la natura esterna del giardino con fontane, rampicanti, boschetti e giochi d’acqua. Gli scorci paesistici, di mano di Traballesi, sono incorniciati da grandi figure a monocromo. Micheli si occupò, invece, delle pareti dei piccoli cabinet che circondano la sala grande, con scene allegoriche a monocromo alludenti a temi arcadici e bucolici (per approfondimenti sugli interventi pittorici si rimanda ai contributi di Litta Medri segnalati in bibliografia).
La costruzione si erge su una grotta, ben visibile, creata con massi e pietrame artificiali coloriti dagli imbianchini col color pietra bigia e bagnati da apposite condutture per ricreare l’effetto umido e gocciolante tipico degli anfratti naturali. Il terreno circostante la costruzione subì un notevole cambiamento per adeguarsi alle linee del nuovo fabbricato: la collina è disegnata da scalinate simmetriche e da terrazze coltivate a vigne alternate ad alberi da frutto; nei prati più inclinati l’architetto ideò uno spazio acquatico, un vivaio di forma ovale con tazza di marmo bianco che accolse fin dal 1775 il gruppo marmoreo di Ganimede con l’aquila, attribuito a Battista Lorenzi (ora sostituito da una copia), che portò alla denominazione di quest’area come Giardino del Ganimede.
L’edificio, nel trascorre del tempo, ha subito vari interventi di manutenzione, tra i quali assumono particolare rilievo il recupero dello stato primitivo del padiglione tra il 1805 e il 1811, e il rifacimento degli intonaci in epoca sabauda, che stravolse l’immagine del Kaffeehaus introducendo una nuova coloritura a rosso pompeiano, in sostituzione di quella originaria verde; coloritura che nuovamente si tornò a proporre nel corso degli interventi all’edificio effettuati tra la fine degli anni Settanta e primi Ottanta del Novecento.
All’esterno, a chi si accinge a salire i gradini che conducono al Kaffeehaus, la piccola mole si presenta come un esempio di architettura del tutto nuova nel panorama tardo settecentesco fiorentino, rientrando nel gusto delle turqueries diffuse al tempo nei giardini europei alla moda. Il carattere esotico dell’insieme, in particolare per l’inusitata presenza della cupola in rame a bulbo (come inusitato ed esotico era il cioccolato che in questo luogo un tempo si degustava), spinse d’altra parte i primi commentatori a definire l’edificio «padiglione alla chinese».


INQUADRAMENTO TECNICO

In sede di programmazione degli interventi di restauro, l’assetto distributivo del fabbricato non presentava particolari variazioni rispetto a quello originario, ad eccezione del piano seminterrato dove in passato erano stati localizzati alcuni servizi igienici ad uso dei visitatori. Le maggiori modifiche sono state rilevate sul piano cromatico, a seguito della perdita delle coloriture originarie, tutte incentrate sulla bicromia bianco-verde, sostituite all’esterno da una gamma cromatica giallo-rosso pompeiano ed all’interno da tonalità chiare, bianche ed ocra. I saggi preventivi, condotti sugli intonaci interni, hanno rivelato non solo l’integrità, sotto lo scialbo, delle coloriture originarie, ma anche la presenza di decorazioni pittoriche nel vano ammezzato tra il secondo ed il terzo piano. Le decorazioni dei piccoli cabinets e della sala voltata al piano terra erano state in parte occultate dagli arredi e dalle macchine necessarie al funzionamento di un servizio di ristoro. Particolarmente vistoso si presentava il degrado degli intonaci esterni, che al piano secondo avevano perso quasi totalmente la coloritura superficiale e in più parti risultavano caduti o staccati dal supporto murario. Grave pure il degrado delle cornici e delle modanature in pietra così come quello degli infissi esterni. Assolutamente inadeguati sotto il profilo della corretta utilizzazione e della normativa di sicurezza gli impianti elettrici e antincendio.
Per valorizzare le caratteristiche di interesse storico artistico del fabbricato, il progetto ha perseguito due specifiche finalità: recuperare l’integrità fisica del monumento attraverso complessi interventi di consolidamento e restauro delle parti degradate; recuperare la piena godibilità degli ambienti al piano terra, trasferendo le attività di servizio bar e preparazione vivande al piano seminterrato e destinando il piano superiore a punto di belvedere e consumazione. Inoltre ci si è ovviamente preoccupati di assicurare una corretta dotazione impiantistica dell’edificio.
Su questi presupposti si è proceduto al rifacimento parziale degli intonaci esterni ammalorati o staccati dal supporto murario; alla raschiatura delle coloriture interne e al recupero di quelle originarie; al rifacimento della impermeabilizzazione delle terrazze al piano terzo; al consolidamento e parziale sostituzione delle parti in pietra fortemente degradate; al consolidamento strutturale del solaio ligneo al terzo piano; al restauro totale degli infissi vetrati, delle ringhiere e al rifacimento dei portoncini esterni al piano terzo; al completo rifacimento degli impianti elettrici, di sicurezza e di quelli meccanici; al risanamento, tramite scannafosso, delle murature interrate degradate dall’umidità da contatto.
Durante i lavori di demolizione dei vecchi servizi igienici al piano seminterrato, è stata rinvenuta la presenza di un significativo camino in pietra appartenente all’impianto originario del fabbricato. Il camino risultava nascosto dietro una controparete costruita nella parte posteriore del fabbricato. La qualità e consistenza del manufatto hanno posto la necessità di valorizzarne la presenza, modificando, in sede progettuale, la distribuzione planimetrica dei locali al piano seminterrato.
Le maggiori sorprese sono comunque arrivate dall’esame diretto e ravvicinato delle pitture murali nei locali al piano terra, più specificatamente nel salone centrale, nell’intradosso della cupola sovrastante e in una delle salette adiacenti già destinata a magazzino. A seguito infatti della rimozione di tutte le strutture fisse del bar e delle pannellature che fasciavano le pareti, l’area di degrado delle pitture murali è risultata molto più estesa di quanto preventivato. Con l’ausilio di indagini a luce radente, sono stati accertati: sollevamenti e diffusi distacchi dell’intonaco dipinto nelle zone d’imposta della cupola; abrasioni e perdite diffuse di pellicola pittorica nelle zone coperte dal bancone, dalla pedana e dagli arredi nel vano centrale; perdita d’intonaco, abrasioni e vistose colature di sostanze liquide in uno degli ambienti adiacenti al salone centrale. Il paziente restauro, condotto con impacchi di pasta cellulosica addizionata con soluzione di acqua demineralizzata ed ammonio carbonato, ha consentito di restituire la vivacità dei colori originali.
Al giardino che si apre davanti all’edificio è stato parallelamente restituito un aspetto che richiama alcuni temi derivanti dal paesaggio agrario, quali le vigne e i frutteti, presenti nell’Ottocento. Per migliorare la fruibilità del luogo, sono stati inoltre restaurati i vialetti verso l’Orto dei Menabuoni, totalmente dilavati, che erano stati chiusi per il pericolo che costituivano per i visitatori.


Bibliografia

Caterina Caneva, Il Giardino di Boboli, Firenze, Becocci, 1992, p. 20.

Giorgio Galletti, Giardino di Boboli Master Plan. Paesaggio e architettura, con la consulenza dello studio Elisabeth Banks Associates e la collaborazione di Loris Stefanini, Firenze, Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici per le province di Firenze Pistoia e Prato, 1999 (stampa in digitale), pp. 93-101.

Gabriele Capecchi, Il disegno architettonico del Kaffeehaus, in: Litta Maria Medri (a cura di), Il Giardino di Boboli, Milano, Silvana Editoriale, 2003, pp. 52-54.

Litta Medri, Il Kaffeehaus, Firenze, Edizioni Polistampa, 2005.

Litta Medri, Il Kaffeehaus, in “Amici di Palazzo Pitti”, Bollettino 2005 [2006], pp. 35-40.