Grotta del Buontalenti

Esterno

Localizzazione: Firenze
Proprietà: Demaniale

Tipo di intervento: Restauro architettonico

Inizio lavori: 1999
Fine lavori: dicembre 2003

Progettazione: arch. Laura Baldini
Direzione Lavori: arch. Laura Baldini
Direttore Operativo: geom. Loris Stefanini
Imprese esecutrici:SIRE (opere murarie)
                                Berchielli (opere di idraulica)
                                P.T. Color (restauro pittorico e lapideo)
                                GEOARTE di Stefano Brandi (rilievi)


Inquadramento storico

La Grotta Grande di Boboli (1583–1593 circa), progettata da Bernardo Buontalenti su commissione del granduca Francesco I, sorse adiacente al tratto terminale del corridoio di collegamento tra Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti, in luogo del Vivaio creato da Giorgio Vasari tra il 1556 e il 1560, di cui conservò ed inglobò la facciata, con le rosse colonne di granito, le nicchie e le statue di Apollo e Cerere scolpite da Baccio Bandinelli.
L’interno della grotta si articola in tre “stanze” fra loro comunicanti, decorate da un ciclo di affreschi di Bernardino Poccetti: nella prima spiccano sulle pareti le figure in spugne calcaree e materiale terroso realizzate da Piero Mati; nella seconda, o “ricetto”, domina il gruppo di Teseo ed Elena (secondo alcuni Paride ed Elena, secondo altri Enea e Didone), opera di Vincenzo de’ Rossi; nella terza, o “grotticella”, la stupenda piccola Venere del Giambologna si erge su una tazza in marmo verde africano sostenuta da figure di satiri in marmo bianco.
Alla Grotta si accedeva in origine da un lungo stradone inerbito, o viottola, che partiva dal cancello situato all’angolo sinistro della facciata (allora molto più piccola dell’attuale e corrispondente alle sette finestre centrali del palazzo) e correva fra due stretti percorsi pavimentati ad acciottolato, testimoniati dai documenti ma dei quali si era persa traccia per il successivo innalzamento del piano di calpestio. Il ritrovamento di questi percorsi, perfettamente conservati, ha costituito forse la novità più interessante emersa durante i lunghi anni di restauro della Grotta Grande e ha permesso di recuperare un tassello prezioso della lunga e splendida storia di Boboli.
La scoperta, come spesso succede, è stata fortuita: durante i lavori di scavo per la sistemazione della rete fognaria nell’area antistante la Grotta è emerso, a circa due metri di profondità, un tratto di camminamento “imbrecciato”, costituito cioè da una sorta di mosaico a ciottoli di fiume, di colori più chiari e più scuri, che delineano forme geometriche ben leggibili.
Le successive indagini hanno permesso di individuare un articolato percorso, che fiancheggiava la viottola da ambo i lati, correva anche davanti alla Grotta e univa quest’ultima con la Grotticina di Madama, la più antica di Boboli, fatta erigere da Eleonora di Toledo tra il 1553 e il 1555. Davanti alla facciata della Grotta sono riemersi inoltre, insieme all’imbrecciato, i tre gradini di accesso alla prima stanza, la panca in pietra forte e il basamento in pietra spugna sotto le nicchie; è tornata in luce anche una larga zona lastricata, che concludeva la viottola inerbita prima dell’acciottolato.
La decorazione sul lato sinistro, lungo il Corridoio Vasariano, è costituita da forme geometriche – losanghe, cerchi, ovali – semplicemente campite in ciottoli chiari e scuri. Gli stessi motivi si ritrovano sul lato opposto, arricchiti però da figure zoomorfe e antropomorfe e intervallati da elaborati elementi grafici; tale differenza stilistica conferma l’ipotesi di un diverso periodo di esecuzione (vasariano il primo tratto, buontalentiano il secondo), già avanzata dall’analisi delle fonti archivistiche.
I percorsi laterali e quello verso la Grotticina erano fiancheggiati da muriccioli rivestiti di spugne, che reggevano i cosiddetti orticini, lunghe aiuole a muro rialzate dove erano piantate spalliere ornamentali di aranci amari; una sistemazione consueta fra il Cinque e Seicento, ancora visibile in Boboli nei giardinetti della Lavacapo e della Sughera e presente anche nel giardino della villa di Careggi.
Tutto questo straordinario assetto ebbe però vita relativamente breve. La prima parte dello stradone e dei percorsi imbrecciati, fino all’attuale cancello detto “di Bacco”, fu distrutta intorno al 1620, durante i lavori di ampliamento del palazzo progettati e diretti da Giulio Parigi, per consentire l’allargamento della piazza; ed anche il tratto successivo fino alla Grotta dovette subire in quell’occasione un parziale interramento. L’intera area fu nuovamente modificata nel 1661, in occasione delle nozze del principe Cosimo, per realizzare una nuova strada che permettesse la salita delle carrozze fino all’Anfiteatro. Le ulteriori modifiche operate fra il 1763 e il 1765, quando la rampa secentesca fu sostituita dall’attuale Viale dei Prigionieri Daci, occultarono definitivamente ciò che restava dell’antico “Giardino della Grotta”.
Alla fine dell’Ottocento, due file di magnolie ai lati del viale e una panchina-aiuola davanti alla facciata chiusero quasi totalmente la vista della Grotta dall’ingresso di Bacco.

Inquadramento tecnico

Boboli, Grotta del Buontalenti, interno

Dopo i primi risultati dei saggi di scavo, che rivelarono la presenza degli acciottolati, si pose il problema del loro eventuale recupero, che avrebbe comportato modifiche sostanziali ad un assetto ormai consolidato da più di duecento anni. L’importanza e la qualità dei ritrovamenti era però tale da far decidere per un intervento di recupero dell’allestimento originario, anche se ciò avrebbe comportato costi e tempi assai maggiori di quelli previsti.
Il restauro avrebbe inoltre reso giustizia ad uno dei monumenti più antichi e significativi di Boboli, consentendone di nuovo, per quanto possibile, la giusta percezione prospettica. Il rialzamento dello stradone, oltre a coprire gli acciottolati, aveva infatti occultato tutta la parte basamentale della Grotta, il cui pavimento si era venuto quindi a trovare quasi a livello del terreno: spariti i gradini di accesso, sparito lo zoccolo rivestito di spugne, ne erano rimaste stravolte soprattutto le proporzioni del pronao vasariano, ormai ‘affogato’ in fondo alla discesa.
Si sono innanzi tutto rimossi, spostandoli nel giardino dell’Istituto d’Arte di Porta Romana, gli esemplari superstiti di Magnolia grandiflora e si è asportato tutto il terreno di riporto, sotto il quale è riemerso il declivio dell’antica viottola.
Sono stati riportati alla luce i muriccioli spugnosi di contenimento degli orticini, sopra i quali restavano anche rari ma significativi lacerti della cimasa in pietra, con la canaletta e le piccole vasche che servivano per l’irrigazione degli agrumi.
A seguito dello scavo, si è creato un forte dislivello fra la nuova quota dello stradone e il viale dei Prigionieri Daci. È stato quindi necessario realizzare un muro di contenimento; non potendo adottare, per ristrettezze di spazio, un profilo a ‘scarpa’, si è ancorato il manufatto, per mezzo di tiranti, a pali metallici infissi nel terreno a un’opportuna distanza. Una gradonata ha infine collegato il livello ritrovato con quello del piazzale di Bacco.
Gli ultimi lavori hanno riguardato la riorganizzazione delle canalizzazioni per il deflusso delle acque, il rimontaggio del lastrico davanti alla facciata, la sistemazione dell’ingresso al Corridoio Vasariano e dell’edificio accanto alla Grotta, il restauro degli imbrecciati e dei muriccioli in spugne, per concludere infine con la messa a dimora delle piante di agrumi.


Bibliografia

L. Baldini Giusti, Il “giardino della grotta”, in Palazzo Pitti. La reggia rivelata, catalogo della mostra (Palazzo Pitti, 7 dicembre 2003 – 9 gennaio 2005), Firenze, Giunti, 2003, pp. 425–435.
L. Baldini, L. M. Medri, Allegoria e mito nel giardino del Principe, in “Opere”, II, 2004, n. 1, pp. 24-29.

 

 

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