San Giuliano e Sant’Antonio Abate di Alessandro Fei

San Giuliano di Alessandro Fei detto del BarbiereSant'Antonio Abate di Alessandro Fei detto del Barbiere

Soggetto: San Giuliano e Sant'Antonio Abate
Autore: Alessandro Fei detto del Barbiere
Tecnica: Olio su tavola
Localizzazione: Firenze
Identific.vo Restauro: GR 5307,5296
Dimensioni: cm 188x50 ciascuna:
Tipo di intervento: Restauro conservativo e pittorico
Inizio lavori: 2003q Fine lavori:
Direzione Lavori: Mirella Branca
Restauratori: Renato Castorini con la collaborazione di Francesca Colombi
Finanziamento: Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Le due tavole, in passato identificate come San Rocco e Sant'Antonio Abate e attribuite a Maso da San Friano, sono riconducibili alla pala d'altare eseguita nel 1576 per la cappella Guardini in San Niccolò, da Alessandro Fei, la cui formazione è in effetti maturata anche alla scuola di Maso da San Friano. La restituzione dei due dipinti all'apparato decorativo realizzato dal Fei per questa chiesa dell'Oltrarno consente di ricomporre in parte quanto menzionato dalle fonti, riunendoli all'Annunciazione, anch'essa tuttora conservata, datata e firmata in corrispondenza del leggio della Vergine.
Le figure dei due santi sono improntate a grande compostezza e riportate in primo piano rispetto alla scena centrale secondo un'impostazione che richiama quella sperimentata dal pittore anche nella tavola con l'Assunzione della Vergine nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Pistoia, per quanto nel nostro caso con una ripartizione in immagini distinte, che in origine comprendeva le teste di un profeta e di una sibilla. Di particolare eleganza è la figura di San Giuliano ospitaliere, che tiene nella destra la spada e nella sinistra la palma, i cui tratti fisionomici suggeriscono un vero e proprio ritratto. L'ampio e luminoso panneggio del manto richiama quello del bell'angelo dell'Annunciazione.
I dipinti sono stati ritirati dalla chiesa per essere sottoposti a restauro nel 1965 e portati al laboratorio della vecchia Posta, dove hanno subìto i danni dell'alluvione, rimanendo in deposito fino al 2003, quando ne è stato avviato l'intervento di restauro.
Come in generale nel caso delle opere alluvionate, nafta e fango si erano depositati sulla superficie pittorica, immediatamente fermata a cera e velinata a paraloid. Al momento del ritiro dal deposito, le pitture apparivano illeggibili, anche a causa della contrazione dell'imprimitura a gesso e colla successiva al rigonfiamento per l'umidità assorbita, con conseguenti gravi perdite di porzioni pittoriche.
Il restauro vero e proprio è consistito nella disinfestazione delle tavole, nella fermatura dello strato pittorico, nella pulitura eseguita con solvente composto da acqua, cellosolve e gocce di ammoniaca. L'integrazione pittorica delle lacune, in alcune zone molto ampie, è stata realizzata a neutro ad acquerello. La verniciatura finale è stata eseguita tramite vernice mastice, con una mano data a pennello e una a spruzzo nebulizzato.



Bibliografia
M. Branca, Schede in A quarant'anni dall'alluvione. Restauri 2002-2006. Collana "Interventi e Testimonianze"  n. 1, Firenze, Polistampa 2006, pp. 37-42 e 93.